Il cimitero dei vivi è il titolo di un romanzo che Barreto aveva iniziato a scrivere (e mai terminato) e che voleva essere il racconto della sua follia vissuta in un manicomio.
Oggi riunisce invece, in questo volume, le note intime che lo scrittore raccolse nei suoi diari, scritti a partire dal 1900 e fino agli ultimi mesi che precedono la sua morte, nel 1922: una rassegna di appunti minimi, di riflessioni, di piccole cronache di vita quotidiana all'interno di un ospedale psichiatrico.
È una testimonianza di sofferenze ma è anche uno sguardo ampio e lucido, ironico e impietoso, sulle mediocrità e le ipocrisie della società.
La disperazione, l'angoscia, il senso di diversità (era un meticcio) contro il quale ha lottato per tutta la sua breve vita, e l'alcool in cui si rifugiò e che lo portò fino alla follia e poi alla morte: questi sono i tratti principali di una vita che si confonde con l'opera e di un'opera che si confonde con la vita.
Il cimitero dei vivi nasce dall'esperienza dolorosa di un uomo che, rinchiuso nella diversità e rinchiuso in un manicomio, sognava invece di “far parte della grande umanità”.
Afonso Henriques de Lima Barreto nacque a Rio de Janeiro nel 1881. Fu impiegato pubblico, giornalista e scrittore.
Nel 1909 pubblicò il suo primo romanzo Ricordi del cancelliere Isaias Caminha.
Nel 1914 fu internato in manicomio. Da lì in poi si sarebbero succeduti i ricoveri e le licenze mediche, quasi sempre derivanti dall'alcoolismo.
Morì di cirrosi epatica nel 1922; al suo funerale partecipò una grande folla: mancavano gli intellettuali e l'alta società; c'erano invece i poveri e gli sconosciuti della periferia, la moltitudine di persone di cui Lima Barreto scriveva.
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